l Duomo, meraviglioso gioiello d’arte, sorto nel periodo di massimo splendore della città, per “custodire”, secondo una “teoria” dubbia, il “Sacro Corporale” di Bolsena, è nel contempo un prezioso contenitore di arte e cultura, un’opera geniale ed una delle cattedrali gotiche più belle d’Italia e non solo.
La prima pietra del maestoso tempio fu posta il 13 novembre 1290, ma da quasi un decennio il Comune aveva progettato di costruire una grande cattedrale, nel luogo dove sorgevano le chiese di Santa Maria “de Episcopato” e di San Costanzo. In meno di vent’anni fu innalzata l’enorme mole dell’edificio, a pianta basilicale, ma con l’innovazione tipologica di dodici cappelle sui fianchi, semicilindriche come l’abside. Nel 1308 il cantiere si fermò e i lavori ripresero soltanto nel 1310, sotto la direzione di Lorenzo Maitani che, chiamato a risolvere problemi statici del transetto (in realtà inesistenti), costruì speroni e archi rampanti, progettò e innalzò fino al loggiato una nuova imponente facciata tricuspidata, e iniziò la nuova tribuna, che sostituirà l’abside. Tamponando successivamente gli speroni e gli archi, furono create due grandi cappelle: quella del “Corporale” (1356) e quella della “Madonna di San Brizio” (1444), assimilando la pianta dell’edificio alla croce latina, mentre la facciata, splendente di marmi colorati e mosaici, terminata nel sec. XVI, dominava sul restante corpo di fabbrica realizzato a ricorsi bianchi e neri di travertino e basalto. La tardiva rivalutazione, con la costruzione della nuova cappella dedicata al “Corporale” del Miracolo di Bolsena, che si dice avvenuto quasi un secolo prima, fece sorgere col passare del tempo l’equivoco tuttora diffuso, che il Duomo, dedicato alla “Madonna Assunta”, fosse stato costruito in seguito a quell’evento. Non era ancora del tutto conclusa la costruzione della Cattedrale - un esempio di architettura che i rimandi tradizionali al romanico e al gotico non sono sufficienti a spiegare - che già si progettavano modificazioni radicali, specialmente all’interno, dove in parte furono realizzate. Infatti, come immediata risposta ai dettami del Concilio di Trento, le navate furono completamente trasformate su progetto di Ippolito Scalza, con un importante apparato decorativo manieristico, che fece del Duomo il primo grande esempio di chiesa “controriformata”, che sarà poi cancellato con i restauri di fine Ottocento, i quali ripristinarono ciò che restava della primitiva immagine.
Nel corso dei secoli hanno prestato la loro opera, spesso come capimastri della fabbrica del Duomo, valenti architetti; tra i più noti, dopo il Maitani (1310-1330), Andrea di Cione detto l’Orcagna (1358-1362), Antonio Federighi (1450-1455), Michele Sanmicheli (1512-1526), Antonio da Sangallo il Giovane (1540-1541), Simone Mosca (1549-1551), Raffaello da Montelupo (1555-1566), Ippolito Scalza (1567, 1617), Carlo Maderno (1619), Giuseppe Valadier (1797, 1806) e Paolo Zampi (1873-1892).
|
Duomo di Orvieto: particolare della facciata |
La facciata è una sintesi eccezionale delle maggiori arti figurative: architettura, scultura e pittura. Nel progetto architettonico - equilibrata composizione di linee parallele verticali, più inarcate, orizzontali e oblique, sulle quali si innestano motivi sia classici che moderni - furono previsti infatti, come elementi strutturali, sia gli imponenti bassorilievi marmorei dei pilastri, i sovrastanti bronzi e le statue che ornano cuspidi, pinnacoli e nicchie, sia i mosaici policromi, con motivi che esaltano la geometria dell’architettura.
Sui quattro pilastri, che si alternano agli strombi dei tre portali - archiacuti ai lati e con arco a tutto sesto al centro - sono scolpiti “rilievi” ispirati alle “Sacre Scritture”; sul primo pilastro (da sinistra), tra tralci di vite, si sviluppano le “Storie della Genesi”, dalla creazione del mondo alle invenzioni della musica e dell’architettura. Sul secondo pilastro, tra girali d’acanto, s’innalza L’ “Albero di Jesse”, tra “Re” e “Profeti” dell’Antico Testamento, che assistono alle scene delle profezie messianiche, culminanti con quella della “Crocifissione”. Sul terzo pilastro sono rappresentate, ancora tra girali d’acanto, le “Storie del Nuovo Testamento”, tra “Angeli adoranti” e “Profeti” al centro, con la narrazione della “Vita di Cristo”, dall’Annunciazione di Maria al “Noli me tangere” della Maddalena. Sull’ultimo pilastro, suddiviso di nuovo da tralci di vite, è rappresentato il “Giudizio universale”, con schiere gerarchicamente sovrapposte di dannati, eletti e beati, sulle quali sovrasta il “Cristo giudice”, tra agnelli e santi.
Iniziati a scolpire nei primi anni del Trecento, i bassorilievi furono eseguiti per la maggior parte sotto la direzione del Maitani, e vi si riconoscono le mani di più maestri (oltre che di più maestranze) non precisamente identificati, ma certamente operanti per ottenere una sostanziale unità figurativa. Dello stesso periodo dei bassorilievi e sotto l’influenza degli stessi maestri, sono le sculture bronzee a essi sovrapposte, raffiguranti i “Simboli degli evangelisti” e il gruppo della “Maestà” sopra la porta centrale, mentre sulle cuspidi sovrastanti, poggiano un “Angelo” in marmo e altri due bronzi (l’ “Agnus Dei” e il “San Michele col drago”) eseguiti da Matteo da Bologna (1352-56), capomastro della fabbrica dopo Andrea e Nino Pisano.
Sotto la direzione di Andrea Orcagna (1359-1361) si provvide al “Rosone” centrale, al quale si affiancheranno le edicole, per accogliere le “Statue di dodici profeti”, e si sovrapporranno le altre nicchie alla metà del Quattrocento - unica variante al progetto di facciata del Maitani apportala dal Federighi - per le “Statue degli apostoli”, finite di scolpire soltanto nel 1560-70 da Raffaello da Montelupo, Ippolito Scalza e Fabiano Toti. Le rappresentazioni musive, con “Scene della vita della Vergine” ivi compresa quella del “Battesimo di Gesù”, che culminano nelle cuspidi al centro con la “Madonna Assunta” nella mandorla e con la “Incoronazione di Maria”, non sono più quelle originarie, predisposte dal Trecento al Cinquecento, ma tutte frutto di rifacimenti e restauri dei secoli successivi.
|
Duomo di Orvieto: Cappella di San Brizio con gli affreschi di Luca Signorelli
|
L’interno del Duomo, diviso in tre navate con quella centrale nettamente dominante, custodisce opere di rara bellezza: all’inizio vi è una “Acquasantiera” del 1485, poco più avanti un “Fonte Battesimale” realizzato fra il ‘300 e il ‘400 da più artisti e alla cui sommità presenta una statua raffigurante “San Giovanni Battista”, opera di Luigi Acquisti (1821), collocata al posto di quella scolpita, nel 1424, da Donatello.
Le cinque cappelle semicircolari della navata destra conservano tracce di affreschi dei sec. XIV e XV. In fondo al braccio destro del transetto, la “Cappella della Madonna di San Brizio” è mirabile per gli affreschi di Luca Signorelli che la decorano. Gli affreschi furono iniziali da Beato Angelico nel 1477, con l’aiuto di Benozzo Gozzoli, Giovanni d’Antonio Fiorentino e Giacomo da Poli. Nel 1499, Luca Signorelli venne incaricato di riprendere i lavori interrotti dai predecessori, che realizzarono i comparti del “Giudizio universale” e del “Coro dei Profeti”. Il tema iconografico del Signorelli è quello del “Finimondo”: per la complessità di rimandi culturali, le sequenze narrative in cui si articola, i personaggi rappresentati, costituisce uno dei testi più significativi della storia dell’arte italiana.
L’abside è affrescata, alle pareti e nella volta, da Ugolino di Prete Ilario (1370-1380), che si avvalse della collaborazione di aiuti (“Storie della vita di Maria”). Il coro ligneo intarsiato è di Giovanni Ammannali da Siena (1331-1340); la grande “Vetrata” ogivale è di Giovanni di Donino da Assisi (1325-1334).
Nel braccio sinistro della crociera, bassorilievo della “Visitazione” di Francesco di Montelupo (sec. XV) e “Pietà”, gruppo marmoreo di Ippolito Scalza (1579). La “Cappella del Corporale” - che si apre sul fondo della crociera - prende nome dal “Reliquiario del Corporale” in essa custodito; l’opera, realizzata da Ugolino di Vieri e aiuti (1337-1338), in metalli preziosi e smalto, è tra gli esempi più importanti dell’oreficeria italiana, e raffigura “Scene della vita di Cristo”. Gli affreschi alle pareti della cappella, di Ugolino di Prete Ilario (1357-1364) e aiuti, hanno subito radicali interventi di restauro; ammirevole anche l’organo del sec. XVI, opera di Ippolito Scalza e Cesare Nebbia, considerato il capolavoro dell’artista orvietano.
A destra dell’ingresso si trova la “Madonna dei Raccomandati” di Lippo Memmi (1320). All’inizio della navata sinistra, è la “Madonna col Bambino”, affresco di Gentile da Fabriano (1425).
|
Duomo di Orvieto: “Pietà” di Ippolito Scalza (1579)
|
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
|